Il Concrezionismo tra tensione plastica e spiritualità nella Via Crucis e nel Cristo della basilica romana dei Santi Ambrogio e Carlo al Corso
Nel panorama dell’arte contemporanea italiana, la figura di Fernando Mario Paonessa si distingue per la definizione di una poetica autonoma, il Concrezionismo, sviluppata a partire dalla seconda metà del Novecento come superamento delle dicotomie tra figurazione e astrazione.
Nato in Basilicata a Rotonda, Paonessa ha attraversato diversi contesti culturali, dalla tradizione plastica italiana alle esperienze europee più avanzate, giungendo a elaborare un linguaggio in cui la forma non viene imitata, ma “concretizzata” attraverso un processo di sintesi dinamica. La sua produzione, che comprende scultura, pittura e scrittura teorica, si è progressivamente affermata anche in ambito internazionale, con esposizioni in Europa e fuori dal continente, dove il suo lavoro è stato accolto come una proposta originale nel dibattito tra astrazione e ritorno alla forma.
Questa apertura internazionale non ha tuttavia attenuato la tensione spirituale della sua ricerca, che resta uno degli elementi distintivi della sua opera. Un esempio emblematico si trova nella Basilica dei Santi Ambrogio e Carlo al Corso, a Roma, dove Paonessa ha realizzato due interventi di intensa forza espressiva: la Via Crucis e il Cristo Consummatum Est. Inserite in un contesto barocco di grande ricchezza decorativa, queste opere instaurano un dialogo originale tra contemporaneità e tradizione, evitando tanto la mimesi quanto la frattura.

La Via Crucis, articolata in quindici formelle bronzee (altorilievi, 15x85x100 cm), più una che fa da proemio, disposte lungo i pilastri e orientate verso la navata centrale, si configura come un itinerario visivo e meditativo di forte impatto. In queste opere il Concrezionismo si manifesta nella tensione interna delle forme: le figure emergono da superfici vibranti e frammentate, come attraversate da energie contrastanti che ne dissolvono i contorni tradizionali. Il racconto della Passione viene così sottratto alla dimensione puramente narrativa per farsi esperienza percettiva e interiore: il dolore non è descritto, ma evocato attraverso la densità materica e la sintesi plastica, coinvolgendo attivamente lo sguardo dello spettatore.
Ancora più potente è il Cristo Consummatum Est, grande scultura bronzea (anno 1999, altezza mt 2,50), collocato al lato destro dell’altare e sotto la cupola di Pietro da Cortona, in posizione dominante all’interno della basilica. La figura, slanciata ed essenziale, richiama suggestioni arcaiche, quasi protostoriche, e appare nell’atto di oltrepassare la croce stessa. Il gesto delle braccia aperte non si limita a indicare la fine del sacrificio, ma ne esprime il compimento in senso pieno, trasformando la morte in un movimento ascensionale. La destrutturazione tipica del linguaggio concrezionista trova qui una ricomposizione simbolica: la croce diviene asse vitale, elemento di connessione tra la dimensione terrena e quella trascendente, tra materia e rivelazione.
In relazione alle esperienze maturate in ambito internazionale, queste opere assumono un valore ancora più significativo. Esse testimoniano come Paonessa abbia saputo confrontarsi con le correnti della scultura contemporanea – dal costruttivismo alle ricerche informali fino alle nuove sintesi post-figurative – senza mai rinunciare a una propria autonomia espressiva. Il Concrezionismo si configura così non solo come una teoria, ma come una pratica capace di attraversare contesti culturali differenti, mantenendo intatta la propria identità.
Attraverso questi interventi, Paonessa dimostra come il linguaggio plastico contemporaneo possa ancora farsi veicolo del sacro. La materia, lavorata come campo di tensioni e condensazioni formali, diventa luogo di rivelazione. Nella basilica romana, il suo lavoro non si limita a inserirsi nello spazio, ma lo trasforma radicalmente, offrendo al visitatore un’esperienza estetica e spirituale insieme, in cui forma, luce e significato convergono in un’unica, intensa visione, capace di parlare tanto al presente quanto a una dimensione universale dell’umano.
[di Giuditta Mattace]











